Il Passatore – Lorenza Posfortunato

Su Forlimpopoli è scesa la notte
il cielo è cupo e pieno di pioggia
(Canzone del Passatore)

In questa primavera che stenta a decollare nella nostra famiglia trova un posto speciale la corsa del Passatore.
Una corsa estenuante alla quale non ho voluto né potuto pensare nelle settimane precedenti ma
con la quale, come ogni volta, alla fine io e Sergio abbiamo dovuto confrontarci.
La mattina della gara ho l’auto straripante di capi di abbigliamento pesante per Sergio e per me
che sarò di supporto; all’ultimo momento decido di portare un caldo sacco a pelo tanta è la paura
di soffrire il freddo viste le previsioni climatiche catastrofiche. Naturalmente non mancano il cibo e
aditivi e pomate varie.
Fino alle 13.10 sono a scuola, ma alle 16.30, da tabella di marcia, mi metto in macchina,
incredibilmente puntuale mentre si scatena un diluvio.
E’ tanto il freddo che verso Pontassieve mi devo fermare presso un distributore chiuso per
appesantire il mio abbigliamento. Non amo guidare troppo a lungo, né tanto meno con la pioggia e
sono in tensione. A Borgo San Lorenzo parcheggio come convenuto sul ciglio della strada e
inaspettatamente incontro Caterina, l’organizzatrice del giro di Ponza anche lei al seguito di amici.
Ecco finalmente Sergio con quel suo passo caratteristico e lo sguardo puntato come al solito verso
terra. Mi vede ed è felice di incontrarmi, una maratona è già fatta! Non piove ma è bagnato e si
cambia mentre brividi di freddo gli attraversano la pelle. Mi racconta di aver camminato nella
salita di Fiesole parandosi con un ombrello rotto e per giunta rosa, il primo che ha trovato a casa,
come al solito. Decide di mangiare della pasta fredda cucinata in mattinata, sono le sette. Non so
come possa fare a ingurgitare cibo. Poco dietro sono Valentina e Gianfranco avvolti in mantelle
impermeabili.
Rifocillato, Sergio riparte, ha indosso abiti asciutti, dice di stare bene, ci rivedremo più avanti.
Riparto insieme a tutti gli altri supporter, saremo minimo 60 automobili al seguito e creiamo
ingorghi continui con le altre vetture che viaggiano in direzione opposta, ritengo che neanche i
podisti ci apprezzino troppo ma sopportano sapendo che siamo necessari per un aiuto pratico e
soprattutto morale.
Passano pochissimi minuti e la pioggia ricomincia fredda, copiosa, incalzante; mi rifermo di nuovo
perplessa sul da farsi, scatto una foto dallo specchietto a Sergio che si avvicina già tutto bagnato
come prima del cambio e vorrei dire qualcosa ma non oso commentare. Sergio mi incita a ripartire
e via verso la Colla scrutando l’orizzonte.
La strada comincia a salire sotto un cielo plumbeo e decido di aspettarlo contro le sue indicazioni.
Non scendo di macchina è troppo freddo anche se la pioggia ci ha concesso una tregua. Sfilano
vicino all’automobile i podisti, in silenzio, molti camminano, ognuno con un proprio sistema per
ripararsi dal freddo e dalla pioggia, molti dentro improbabili mantelle; qualcuno parlotta come se
stesse passeggiando verso una vetta montana.
Sergio mi vede, mi saluta, il tempo per una foto, non ha bisogno di niente, mi incita a ripartire, si
sta facendo buio. Così mi incolonno dietro ad altre vetture e questo mi dà sicurezza mentre la
strada sale e si intravedono degli strapiombi che mi terrorizzano. La vetta è avvolta dalle nubi ed
entriamo in un mondo ovattato, silenzioso mentre il crepuscolo lascia piano il posto alla notte.
Come delle lucciole cominciano ad accendersi le lampadine che ognuno ha sulla testa.
Al passo della Colla riesco fortunosamente a scansare un ingorgo apocalittico per sbrogliare il
quale i volontari impiegheranno ore; la strada comincia a scendere e mi lascio alle spalle il vociare
delle persone che, dentro una baita, sorseggiano the e caffè. Dopo qualche km, quando al lato
della strada incontro uno spazio che ritengo sufficiente per fermarmi, metto la freccia e sosto.
Dovrò aspettare molto e quindi decido svogliatamente di mangiare la pasta fredda che, a causa del
clima si è fatta ghiaccia, sognando un piatto fumante anche di minestra. Provo a leggere un
giornale ma sono troppo tesa per concentrarmi.
Osservo: il buio è totale. Nevischia e tutto è bagnato e umido; la nebbia si è un po’ diradata; si
vedono solo piccole luci che si avvicinano, mi raggiungono, mi oltrepassano e svaniscono. Non
hanno contorni, non hanno un volto, non si odono parole, solo il rumore di passi veloci. Ogni tanto
i fari di una macchina squarciano il buio e allora si vede un serpentone di uomini e donne che
disegna una linea curva giù per la montagna. La suggestione è fortissima sembra di essere sospesi
in un girone infernale dove qualche demone costringe i dannati a correre verso una lontanissima
meta incurante delle sofferenze che i volti fanno trasparire.
Ecco Sergio finalmente; come al solito è tranquillo e senza problemi, deve solo vestirsi in modo
molto più pesante di quanto non sia ora; vedere le sue cosce nude mi mette i brividi. Ho riscaldato
la macchina e a quel tepore si toglie gli abiti bagnati e ne indossa altri asciutti e caldi. Dice che non
se ne vuole più andare. Poi, come al solito, apre lo sportello e se ve va. Riparto anch’io e per la
discesa. La luce dei fari illumina scene apocalittiche: molti sono stremati dal freddo e si
appoggiano alle ringhiere di legno, alcuni sono sorretti da un familiare, una donna mi batte al
vetro, mi fermo, mi implora di far salire suo marito che sta male, ma lui si rifiuta ed io continuo.
La prossima tappa è Marradi dopo 17 km. Sono stanca, ho sonno, deve ancora passare tanto
tempo prima dell’arrivo, temo di non farcela. Vorrei arrivare velocemente a destinazione per
dormire un po’ ma si va molto piano ed ho davvero paura di un colpo di sonno.
Quando finalmente giungo a Marradi mi sento salva, parcheggio al lato della strada, abbasso il
seggiolino e mi copro con il caldo sacco a peleo. Sto per varcare la soglia della coscienza quando
mi squilla il cellulare: è Sergio che, come al solito, ha combinato una delle sue: si è cambiato le
scarpe e si è dimenticato il cip mentre proprio a Marradi c’è un controllo. Sperando di non esserci
già passata con l’auto, torno indietro a verificare. Per fortuna, proprio a Marradi, il percorso dei
podisti è diverso da quello delle vetture che non vengono fatte passare dal centro. Il controllo è
proprio lì e si può rimediare. Così l’aspetto mentre mi soffermo a guardare alcuni spettatori fuori
da un circolino che, intrepidi, applaudono ad ogni transito per la gioia di chi corre che trova
finalmente un gesto di incitamento. Per il resto il paese è spettrale, tutti chiusi in casa al caldo
mentre fuori ricomincia a piovere. Quando Sergio mi incontra si riprende il suo cip ed io riprendo il
viaggio senza aver chiuso occhio.
Mi aspettano altri 35 km ed è quasi mezzanotte, il sonno si fa di nuovo sentire ma ora la strada è
un po’ più scorrevole e l’andatura più sostenuta. Ogni volta, risalendo il gruppo, riconosco i podisti
che ho superato precedentemente, ora in fila indiana, imperterriti verso la meta.
Ormai sono al traguardo, io, e al 98° km mi fermo: c’è uno spiazzo davanti ad una villa proprio
lungo il percorso e decido di sostare e di dormire tanto Sergio non arriverà prima di quatto ore. Mi
distendo, mi copro, c’è un bel tepore e mi addormento dopo essermi chiusa in macchina come
convenuto. Così sola ma sempre in compagnia mentre mi sfilano accanto i podisti, ho la
sensazione di non essere su questa terra ma in un mondo onirico, sospeso nel tempo, forse dentro
ad una fiaba. Un rumore fortissimo mi sveglia dopo più di due ore e stento a riconoscere il luogo: è
la pioggia che copiosa batte sul tettuccio dell’automobile con un rumore assordante. Al mio fianco
continuano a sfilare persone di corsa come in un film costantemente riavvolto. Chiamo Sergio al
cellulare, non ne ha per molto e mi dice di portarmi verso il traguardo. La città è deserta come un
set cinematografico allestito solo per noi; ogni tanto qualche parente incita il familiare, sono voci
rare, per lo più è silenzio. E’ freddo non voglio scendere di macchina ma dove mi sono posizionata
non posso stare, mi dice un vigile scendendo dalla propria vettura e bussandomi ad un vetro.
Devo parcheggiare e scendere. Piove ancora anche se poco; la piazza centrale è più animata,
qualcuno cucina alla brace ma c’è rimasto poco cibo, i podisti esausti accalcano la zona massaggi.
Finalmente da lontano riconosco Sergio con il suo solito incedere e scoppio di felicità, corro con lui
gli ultimi metri e finalmente taglia il traguardo. Ha una leggera oscillazione mi sembra che stia per
cadere, lo vedo esausto, con la faccia scavata, con il passo incerto. Otto è lì e gli si avvicina per
complimentarsi. Devo avere la certezza che stia bene, non sono ancora tranquilla; così oltrepasso
le recinzioni e finalmente sono di nuovo con lui; sta già meglio e ha ripreso il suo buon umore
sprecandosi in battute che non capisco e non ascolto tanto sono ancora preoccupata.
Solo quando dopo pochi minuti, ci accingiamo a raggiungere la nostra macchina e nel cuore della
notte ce ne andiamo abbracciati, mentre Valentina e Gianfranco appaiono in lontananza
incoraggiati da Radu, capisco che sta davvero bene e che anche questa volta ha realizzato un
sogno.

  1. sergio

    A causa del forfait di Simone e della debacle di Matteo sono arrivato primo della società al Passatore. Grazie ragazzi.

    giugno 17th, 2013 // Reply

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