Londra: Impossible is Nothing

E’stato proprio “Luglio” di Riccardo del Turco il tormentone di questa nuova trasferta del gruppo perché molti tra i presenti sono nati in questo mese, o devono nascere, e fanno finta di essere nati tanto per essere nominati dal mitico Faenzi.
Quando verso sera ho ritrovato un pò di calma dopo la scuola e il convulso riordinare che mi ha impegnato per ore, provo a tirare un bilancio ma so già che le parole non potranno contenere la gioia di questa breve vacanza, le stupende emozioni di questa settima indimenticabile maratona, le forti sensazioni di questa avvincente città, né la memoria potrà ricordare a lungo le battute ironiche, sarcastiche, imprevedibili, pungenti, disarmanti che si sono rincorse, che hanno rimbalzato di bocca in bocca, fino alle lacrime. Autoironia, pronta risposta e profonda intelligenza fanno dei miei compagni maratoneti un gruppo dal quale vorrei non dovermi staccare mai e che rimpiango nei giorni del rientro e che mi dà la voglia di continuare per poter rivivere ancora momenti così.
La meta questa volta è Londra; difficilissimo ottenere i pettorali: quattro o cinque in contemporanea digitano i nomi e purtroppo qualcuno resta fuori. Qualche dispiacere ma alla fine tutti accettano l’inamovibile risultato. Io e Sergio siamo dentro, così come tutti quelli di Stoccolma. Ho repulsione ad iniziare la preparazione quella seria, ho molto sofferto nel fare gli ultimi allenamenti, maratona compresa. Il gruppo si spezza ben presto e nasce un certo sodalizio tra quelli che corrono più piano capitanati da Alessandro. Si comincia a ritrovarsi con sistematicità davanti a casa sua la domenica: la Cristina con il ginocchio sempre malandato, Alfredo con la bandelletta perennemente infiammata, Francesco con il quadricipite problematico e a sommarsi altri acciacchi, Gianni con le caviglie sempre distorte, steccate, ingessate, Marco che appare il più sano, salvo qualche diarrea improvvisa che lo blocca in allenamento, Alessandro chiude l’elenco con la pubalgia cronica che lui alimenta con le sue giocate di calcetto. Io e Sergio non facciamo testo perché non andiamo mai troppo sotto sforzo e trascuriamo gli allenamenti tecnici che spesso sono causa di infortuni per gli altri. La Stefania, top runner, talvolta si fa coinvolgere e viene con noi per puro divertimento, ammirata dagli altri che ne invidiano il sicuro incedere. Le si è però infortunato il marito, Claudio che ha totalmente esaurito le cartilagini delle ginocchia ma che in qualche modo si sta preparando per Londra.
Ad ottobre la mezza di Arezzo, a gennaio la Befana a coppie, a febbraio la trasferta Roma- Ostia che si conclude tra una diarrea e l’altra a tavola seduti davanti a del pesce discreto anche se non di pregiata fattura. Tutti insieme, in una sola macchina, a ridere e smorzare le tensioni. I lunghi rimanenti non si fanno in gara: il più bello è da Reggello al Borro sotto un sole cocente e questa volta nella giostra delle diarrea e del vomito ci siamo anch’io e Stefania mentre Francesco, fermo al 24 Km per il solito infortunio, seduto su un muretto, è stato in attesa del nostro arrivo tra gli sguardi incerti dei passanti. Sembra strano a dirsi ma in un certo senso sono tutti piuttosto felici e non solo per il fatto di averla conclusa. Insieme esploriamo altri percorsi di media distanza che non ci creano problemi ma l’ultimo lungo spezza il gruppo e siamo infine soli io, Sergio e la Cristina. E’ ancora lungo l’argine che si corre la “maratona delle due, anzi quattro palle” come è stata ribazzettata; lì ci confrontiamo con le nostre ansie ed all’arrivo è di nuovo vomito con Linda che mi guarda sconsolata. Gli ultimi giorni non ci incontriamo più, ognuno con i suoi fantasmi dell’ultima ora. Poi la nube del vulcano islandese ci mette apprensione e si arriva quasi a sperare che di non partire per non dover ancora soffrire.
Il venerdì eccoci tutti e cinquanta di fronte all’hotel Delta: bambini, adolescenti, mogli, mariti, c’è anche Linda, e poi noi, i protagonisti! Tutto accade senza sbavature, senza intoppi, con gli orari rigorosamente rispettati. A bordo si alternano battute a discorsi seri addirittura profondi. Qualche turbolenza nell’atterraggio fa esclamare ad un figlio di Alberto “Atterraggio di fortuna!” tra le risate generali! All’uscita dell’aeroporto c’è Marta ad aspettarci: è pura felicità essere ancora insieme e Linda inizia il suo rituale accarezzamento della pancia. L’albergo è bello come tutti quelli di Terramia: camera dotata di ogni confort, luce incorporata all’interno dell’armadio, bagno ampio con doccia e vasca separati, salotto con una parete interamente di vetro e vista su Waterloo Station. Nell’angolo cottura c’è il forno a microonde, il bollitore e molte bustine di tè e caffè. Inizia il rito del suggere.
Presto però si va tutti a prendere i pettorali: l’expo marathon è un tripudio di rosso: rossa la moquette, le pareti, le buste che ci danno, i palloncini e poi la scritta incoraggiante sotto la quale ci fermiamo per la foto: IMPOSSIBLE IS NOTHING.
La mattina della gara si parte non troppo presto: Marco ci distribuisce degli impermeabili usa e getta che risulteranno utilissimi. Un prato immenso ci aspetta a Greenwich sotto un cielo plumbeo che non promette niente di buono. Ci appostiamo vicino ai camion delle borse e si comincia con la dovuta ritualità. Per me si tratta di urinare, la prima di una serie. Gli urinals femminili attraggono il mio sguardo e mi dirigo lì sicura di fare più in fretta. Le signorine poste all’ingresso del recinto mi offrono uno strano cartoncino, entro e vedo le compagne di corsa in piedi presso urinatoi maschili, i pantaloni ai ginocchi, i sederi nudi allineati; le mani incerte usano il cartoncino come una protesi e …si urina in piedi!. Resto sbigottita e divertita ma non sono capace di fare altrettanto così ritorno presso il gruppo a rivelare l’arcano: da ora in poi si sprecano le risate, le battute, le prove, le foto, l’incetta per regalare l’oggetto alle colleghe!! Sul più bello si mette a piovere: una pioggia insistente sotto quel cielo grigio, non un minimo riparo. Ci tiriamo in testa gli impermeabili ma molti l’hanno già rotto. Improvvisa sale la voglia di stemperare la tensione. In cerchio abbracciati si iniziano i canti che richiamano lo sguardo di tutti. Un ragazzo francese certo non timido, reso spavaldo forse da qualche additivo di cui la bandiera giamaicana sui fianchi è testimonianza, si unisce a noi per cantare anche l’inno nazionale italiano seguito subito dopo dalla Marsigliese. Tutti sorridono divertiti, anche il cielo e… smette di piovere!! E’ giunto il momento dei saluti: i top runner da un lato, i tapascioni dall’altro. I minuti scorrono implacabili e si inizia a spogliarsi con un’afa soffocante. Francesco ha di tutto appeso ai pantaloni e Sergio lo fotografa puntualmente; l’ilarità è generale perché è da ieri che distribuisce prodotti più o meno… energetici, antidolorifici o antiasmatici o antipiretici, o antidiarroici e le battute si sprecano. Alessandro termina proferendone a tutti ad alta voce come un sapiente mercante.
Lo sparo incombe e tutti si concentrano: il calore umano che si percepisce è intenso, i corpi a migliaia si sfiorano. Si comincia a correre lentamente ed io e Sergio subito perdiamo gli altri. Riteniamo di non incontrare pubblico all’inizio e pensiamo di ascoltare solo il ritmare dei passi. Invece troviamo gente che ci incita forte. La strada comincia a scorrere siamo tutti vicinissimi e sembra impossibile non cadere. La fiumana multicolore non può essere contenuta dalla strada e la gente comincia a salire sui marciapiedi tra il pubblico. Bellissimo è l’incontro con chi proviene dalle altre due partenze e non ci si spiega come sia possibile mischiarsi ancora fino all’inverosimile. Si cominciano a notare le maschere: l’orso, le ballerine, Robokop, la giraffa, l’asino, l’indiana, gli incatenati, l’ adamitico, i vari Freddie Mercury. Tutti in cerca di attenzione e di una foto. Il rumore della folla al nostro passaggio aumenta: chi canta, chi suona, chi balla, chi fa rumore con quante più cose possibili, sui tetti, sulle terrazze, per le scale, al bordo ed io non posso resistere, mi fermo e Sergio mi fotografa. Ai rifornimenti solo acqua ma la gente offre caramelle, arance a spicchi, banane. Gli organizzatori anche vaselina che Alessandro scambia per alimento e introduce in bocca -come ci racconterà all’arrivo- per poi sputarla velocemente e spanderla in testa visto che non cade giù per terra. Bambini, vecchi, paralitici, gente di ogni razza e colore, con gli abbigliamenti più vari, magri, obesi, ci danno il cinque e ci augurano buona fortuna.
Sergio verso il 18° si ferma a urinare e mi dice di stare sulla destra che mi raggiungerà, come al solito. Continuo da sola frastornata ed incitata dalla folla. Trascorrono però i minuti e Sergio non arriva, aspetto che ne scorrano altri, mi tengo sempre rigorosamente sulla destra, ma Sergio non arriva. Un calzino mi dà fastidio così mi fermo per aggiustarlo, rigorosamente a destra e cerco di vederlo ma la marea multicolore è fatta di facce sconosciute. Ricomincio a correre e mi devo arrendere all’evidenza: mi ha perso!! Sento salire le lacrime: non ho rifornimento, non ho l’MP3, non ho il giubbottino antipioggia, non conosco le distanze e l’andatura necessaria, non sono mai stata sola oltre il 33° e l’angoscia sale. Poi rifletto: non posso non farla questa maratona, devo organizzarmi da sola: comincio a bere un rifornimento sì ed uno no, quindi mi avvicino o mi allontano dalla zona destra della strada in modo sincronizzato per non cadere. Devo mangiare e comincio a prendere le caramelle offerte dalle gente; riesco ad accaparrarmi anche alcuni pezzi di banana; devo procurarmi la vaselina, il braccio comincia farmi male e ..ci riesco. Ora devo cercare qualcuno che vada del mio passo per non sentirmi sola: mi abbino ad una ragazza con il velo da sposa e le corro accanto. Comincio a focalizzare le distanze ed i tempi: sono scritti a sinistra su degli alti pannelli rossi. Al Tower Bridge spero di ritrovare Sergio, lo spazio è ristretto e si controlla la strada con facilità ma non lo vedo e non vedo neanche Paolo per chiedergli informazioni. Proseguo cercando di non scoraggiarmi. Siamo quasi al 30° quando una mano mi afferra e la sua voce mi chiama: la felicità è questa!!! Ci abbracciamo, ci diamo spiegazioni ma nessuno ha voglia di polemizzare: la gioia di essersi ritrovati è troppo grande. Presto si arriva alla City: grattacieli futuristici ci sovrastano, strade larghe dove l’incitamento è altissimo e le voci rimbombano amplificate dai palazzi. L’atmosfera mi commuove, io sono proprio lì al centro del mondo, la gente grida anche per me!! Non resisto ad una foto insieme con Sergio!!
Le miglia scorrono ma un po’ più lentamente; dalla 22° sembrano non passare più: è il famoso muro e stento a concentrarmi tanto è il frastuono. Cerco le solite righe in terra da fissare ma siamo ancora tanti, sempre così vicini e l’occhio non si può fermare. Sul viale intravedo la ruota panoramica e so che mancano solo due km ma si ha sempre l’impressione di non farcela proprio a correre gli ultimi. Davanti a Buckingham Palace la folla è in delirio, si apre dopo la curva un viale immenso multicolore, le bandiere inglesi sventolano ad ogni albero ed in lontananza si vede il traguardo rosso fuoco!!! Stento a credere di poter arrivarci ma i metri scorrono e finalmente siamo oltre, noi sì siamo oltre!!!
Al ristorante la sera il filetto è squisito, finalmente è finita l’era della pasta!!! Poi le foto ed infine i canti con la solita Luglio a chiudere la serata: ora il panorama dei tempi è chiaro a tutti, l’ennesima caduta della Cristina trova in Francesco l’elemento risolutore, i commenti si rincorrono e tutti concordano nel ritenere questa maratona un evento ineguagliabile. Alle tre del giorno successivo tutti in pullman: l’autista ci appare piuttosto scontroso, il mezzo un catorcio ed il caldo comincia presto a farsi sentire senza aria condizionata anche per il motore che entra in ebollizione. Le battute riecheggiano ma io cado come in trance e mi addormento. Al risveglio siamo all’aeroporto: velocemente il check in e siamo tutti oltre. Inesorabile arriva il momento di salutare Marta. Molti piangono, noi per primi, tutti la abbracciano, tentiamo di rassicurarla e poi andiamo, girandoci ancora molte volte.
L’ultima scena che ho impressa nella mente è a Montevarchi: gli atleti scendono gli scalini ad uno ad uno con espressioni gutturali di accompagnamento tra l’ilarità dei familiari sopraggiunti. I saluti sono intensi, ci diamo appuntamenti fasulli per improbabili futuri allenamenti e ci avviamo a casa. Io e Sergio camminiamo piuttosto speditamente senza troppi dolori perché “ancora non ho capito cosa vuol dire soffrire”.
Lorenza Posfortunato

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